Non è bello ciò che piace

Questo mio intervento trae spunto dalla splendida brochure realizzata da FontShop “Die 100 besten Schriften Aller Zeiten” (peccato che sia redatta esclusivamente in tedesco) disponibile anche in pdf. Per gli addetti ai lavori costituisce un ottima opportunità didattica, con tanti dati e curiosità relativi ad altrettante famiglie di caratteri (oggi comunemente denominate Fonts) ed ai loro autori.
Tuttavia il nome dato a questa raccolta è da considerarsi fuorviante, anche se non si può dimenticare che si tratta pur sempre di un prodotto confezionato da un “venditore” di fonts che deve in parte guardare ai propri fini commerciali.

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Identificare e definire i 100 fonts più belli di sempre è infatti un operazione “impossibile” e non solo per le componenti soggettive da sempre correlate al concetto di bellezza.

Un titolo più giusto probabilmente sarebbe stato (in italiano) “I 100 Fonts che hanno fatto la storia della tipografia”, ma anche in questo caso storici e “puristi” avrebbero potuto muovere delle critiche a causa di clamorose omissioni.

In ogni caso, ciò che mi premeva sottolineare è che la “bellezza” dei caratteri è un concetto che va riconsiderato radicalmente: la loro bellezza infatti è inscindibilmente legata al contesto in cui questi vengono utilizzati.
È quindi la “funzionalità al contesto” l’elemento chiave, capace di rivelare la bellezza intrinseca, spesso insospettabile, che si nasconde in ogni famiglia di caratteri.

La grazia o l’originalità del disegno di ogni fonts rischiano di essere vanificate da una errata scelta in ambito progettuale. E colgo qui l’occasione per suggerire a tutti coloro che non hanno un forte background in ambiente tipografico, ma che in virtù dei potenti strumenti offerti dalla tecnologia si cimentano nella realizzazione di pubblicazioni o siti web, di non “vergognarsi” nel prendere ad esempio per le loro produzioni ciò che viene realizzato da professionisti affermati.

Se per la composizione del testo di un libro vengono ancora oggi preferiti dalle grandi case editrici caratteri disegnati qualche secolo fa un motivo dovrà pur esserci. Un font molto fantasioso ed eccentrico ci farebbe impazzire dopo tre righe…
Così come per i siti web: prendete ad esempio le scelte tipografiche e compositive fatte da chi ha curato l’immagine di marchi prestigiosi o di riviste affermate nei settori di vostro interesse: molti scopriranno forse con un po di stupore che le scelte si limitano spesso ad un paio di famiglie, una “finta” limitazione che ripaga in termini di impatto estetico e di leggibilità…

I caratteri costituiscono un universo vastissimo, e ovviamente non tutti hanno la possibilità o l’esigenza di approfondirne la storia, gli stili, le classificazioni e le modalità compositive, ma un uso più “ragionato” degli stessi può anche nascere dall’osservazione attenta del lavoro dei professionisti del settore.

Fateci un pensierino… ; )

—WhiteDuke

(Gaetano Ruocco)

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